Shapemess / Musica / Interviste / C’è un momento preciso in cui la materia sonora smette di essere puro intrattenimento per farsi architettura: accade quando il sibilo bianco di un sito radar abbandonato incontra la fragilità di un tasto d’avorio. In questo spazio liminale, tra il detrito post-industriale e la colta eleganza del jazz, si muovono gli Shapemess, duo milanese composto da Marco Besana e Marco Caruso, prodotti dall’etichetta giapponese I Low You Records.
Il loro progetto appare a tratti come un’operazione di sound design cinematografico per una pellicola cyberpunk. Se l’elettronica contemporanea spesso soccombe all’omologazione del software, gli Shapemess scelgono la via della resistenza analogica e del “pasticcio di forme” (da cui il nome): un ecosistema dove sintetizzatori distorti urlano come condensa su un vetro, mentre improvvisazioni jazz tentano di diradare una fitta coltre di polvere acustica.
Dalle profondità arrugginite di Mondo9 — concept album ispirato alla fantascienza di Dario Tonani — fino alle atmosfere più cupe e statiche di Deuscape, la loro evoluzione è un viaggio attraverso la “Retromania” di simonreynoldsiana memoria, vissuta però non come feticismo, ma come rituale di riappropriazione del tempo umano.
Segnato dalle influenze di Vangelis, dei Boards Of Canada così come di Jason Moran, quello di Shapemess è un lavoro di pazienza e artigianato digitale: una costante ricerca di quel graffio o quella melodia che resti impressa anche quando la musica finisce. In fondo, Shapemess è proprio questo: un disordine curato con amore, finché non diventa il suono esatto che Besana e Caruso hanno in testa.
In occasione dell’uscita del nuovo EP MITM, abbiamo dialogato con loro per esplorare il confine sottile tra la nostalgia per il passato e la costruzione di un nuovo immaginario sonoro.

Quando vi siete conosciuti? E perché avete intitolato il vostro duo Shapemess?
Ci siamo conosciuti nell’autunno del 2021 in un club di retrogaming di Milano; il nostro nome è proprio la traduzione letterale di “pasticcio di forme”, dato che i nostri background musicali sono molto variopinti e differenti tra loro.
Come inquadrereste il vostro progetto musicale? Sapreste citare un genere che vi sembra definire meglio la vostra musica?
Forse il macrogenere che più si sovrappone al nostro stile è la “dark ambient”, anche se le influenze del pianoforte jazz e le melodie che proponiamo danno un tocco di umanità resistente ai paesaggi sonori distopici e ostili che creiamo.

Besana, sei diplomato in canto lirico e sei anche un giocoliere circense (una nota di colore che ci piace aggiungere!); Marco Caruso, sei un dotato pianista jazz. Come funziona il vostro metodo compositivo?
In linea di massima cerchiamo sempre di mischiare sonorità moderne con altre più classiche, che siano sintetizzatori vintage o strumenti acustici. Usiamo molto lo stile “creazione-feedback-correzione”. Non producendo sempre contemporaneamente, alcuni brani nascono più da un Marco rispetto all’altro; poi aggiungiamo parti, rielaboriamo sezioni o effetti a vicenda finché non siamo soddisfatti del risultato.
L’immancabile domanda: cosa pensate della musica elettronica sperimentale in Italia?
Al momento, purtroppo, la conosciamo poco. Forse è un genere che non ha ancora trovato un vero “centro” qui da noi, nonostante un sottobosco molto ricco. Qui a Milano ci sono sicuramente dei punti fissi dove riscopriamo grandi artisti internazionali, ma non neghiamo di essere più “topi da studio”.

Per il vostro servizio fotografico in una fabbrica abbandonata avete accreditato Schlomo Zamenov. Come siete riusciti a mettervi in contatto con lui?
Cercavamo una location per lo shooting e lo abbiamo incontrato proprio in quella fabbrica. Forse ci vive? Si è proposto lui di fotografarci.
Gli Shapemess sono distribuiti dall’etichetta indipendente giapponese I Low You Records, che ha realizzato anche il videoclip per il brano Grey Sunset a Tokyo. È curioso che un duo milanese sia prodotto da una label indie based in Japan.
Cercavamo un’etichetta partendo dall’Europa e allargando il giro; abbiamo googlato “japanese ambient labels” e abbiamo iniziato a scrivere a tappeto. È stata una simpatica sorpresa leggere la risposta di Aldo ed Emiliano (uno vive a Stoccolma, l’altro a Tokyo) in italiano, con un apprezzamento per il nostro lavoro che rientrava perfettamente nel gusto della loro label.

Il vostro primo lavoro è un concept album dedicato a Mondo9, romanzo steampunk di Dario Tonani. Da dove nasce l’idea e come si è sviluppata la collaborazione con l’autore?
Il romanzo descrive enormi navi senzienti che navigano su ruote in un pianeta desertico; è pieno di richiami ai rumori del metallo, ai motori, a ingranaggi arrugginiti. Per me (Marco Besana ndr.) è stata una conseguenza naturale voler trasporre tutto questo in musica. In quel momento ho conosciuto Marco Caruso che, come un abilissimo scenografo musicale, ha composto le prime basi seguendo le mie descrizioni. L’autore ha apprezzato molto il lavoro, citandolo sui social e mettendoci in contatto con Franco Brambilla (illustratore di Urania), che ci ha concesso le sue opere per il CD fisico.
Quello che ho apprezzato di più dei vostri lavori più recenti è l’utilizzo del pianoforte suonato live da Marco Caruso. Naturalmente, la musica elettronica ha spesso integrato strumenti tradizionali, basti pensare al sax di Vangelis o ai flauti hichiriki e ryuteki degli album Anoyo e Konoyo di Hecker.
Nella vostra proposta, però, entra in campo un ulteriore elemento l’improvvisazione jazz. Come si intrecciano questi mondi all’apparenza distanti? E quanto è importante la performance live per voi?
Consideriamo la musica non solo come un linguaggio, ma come una forma purissima di espressione personale. Il nostro faro è l’autenticità: se un Marco è lo ‘showman’ che architetta ritmi e scenografie e l’altro è l’anima jazzista, il nostro compito è rendere questo ‘pasticcio’ il più armonico possibile. Oggi il live sta tornando a essere l’unico vero spazio per creare una connessione con il pubblico e sostenere concretamente gli artisti. Per questo cerchiamo costantemente luoghi affini alla nostra proposta, consapevoli di muoverci in una nicchia della nicchia.

Personalmente, pur riconoscendo delle chiare ispirazioni, ho percepito una notevole eterogeneità nel vostro lavoro. In particolare tra il primo album Cronache di mondo9 OST e il successivo Deuscape la frattura è evidente. Con un azzardo la tradurrei come una transizione tra due grandi Tim della musica elettronica: da Blake a Hecker. La vostra intenzione è di continuare a esplorare generi diversi o preferite definire una vostra identità riconoscibile?
Innanzitutto, grazie per il paragone con due pesi massimi! Ogni nostro lavoro nasce con un’impronta distinta: Mondo9 guarda al passato, con sezioni composte interamente a loop — una scelta quasi obbligata quando ti affidi al rigore di sintetizzatori e sequencer hardware. Deuscape, invece, si muove su tappeti sonori più cupi, abbandona la melodia classica e si immerge in un paesaggio statico e fortemente concept-centrico. Il nostro nuovo EP, MITM, segna un ulteriore cambio di passo: anticipa un linguaggio inedito che punta verso una direzione ‘revival’. La nostra bussola non è la ripetizione di uno stile, ma la ricerca costante di una coerenza sonora.

Simon Reynolds nel suo Retromania (in Italia edito da Minimum Fax) denuncia l’ossessione della musica contemporanea (tira in ballo persino la passione per i vinili) per il passato. Si spinge ad affermare che la musica abbia smesso di evolversi. Anche voi siete affetti da questa nostalgia musicale?
Parlare di ossessione è forse eccessivo, ma stiamo certamente riscoprendo il valore delle ‘cose materiali’. Supporti come il vinile o il CD — finiti ormai nelle bacheche del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano — ci permettono di riappropriarci di ciò che acquistiamo. Al contrario dello streaming, dove paghiamo solo un diritto d’ascolto revocabile in ogni momento, l’oggetto fisico ci impone di vivere il tempo in modo più umano. Un disco o una cassetta ti obbligano a un rituale (non skippare: ti vediamo!), una sorta di difesa contro la frenesia a cui siamo costantemente esposti.
Riguardo all’evoluzione musicale: oggi chiunque ha accesso agli strumenti di produzione e, a livello di generi, sembra sia già stato fatto tutto. Non crediamo più nella ‘novità assoluta’, ma crediamo molto nell’evoluzione interna delle nostre sonorità come duo.
La musica elettronica degli ultimi anni (e in generale tutta la musica contemporanea) tende a una certa omologazione, usano tutti gli stessi due, tre software, plugin, tool, campionamenti ecc. (per non parlare dell’AI), a Shapemess va dato il merito di cercare sonorità e arrangiamenti non banali, come riconosciuto anche da Mattia Nesto in un articolo per rockit. Qual è la vostra strategia per distinguervi dalla massa?
La nostra strategia? Prenderci il lusso di perdere tempo. Esploriamo ogni possibilità che l’elettronica ci offre, dai sintetizzatori fisici ai plugin più avanzati, finché non troviamo il suono che vibra alla stessa frequenza delle nostre visioni. Non ci interessa la novità tecnica fine a se stessa, ma l’evocazione emotiva.

Shapemess
Marco Besana Musicista, produttore e giocoliere. Diplomato in canto lirico (Conservatorio Verdi di Milano) e formato come giocoliere all’accademia di Paride Orfei e sotto la guida di Sergey Ignatov. Dopo l’esordio con A Circus Night, ha pubblicato diversi lavori tra cui Milano lo-fi EP (2020) e collaborazioni con etichette come Planet Dance Music e Split Point Record.
Marco Caruso (KC Mark) Pianista jazz e produttore. Ha studiato con maestri come Max De Aloe e Marco Detto. Finalista ai Berlin Video Music Awards nel 2017 con l’EP Into My Wonderland, ha vinto il concorso PIANO MUSIC di Indaba Music (New York). Vanta numerose produzioni tra cui Fall (2019) e collaborazioni internazionali con artisti come Maiya Sykes.









